Senza antispecismo politico resti solo un consumatorə gentile (Parte#2)
Un antispecismo che ignora
sessismo, razzismo o classismo è un antispecismo contraddittorio, incapace di guardarsi allo specchio.
Allo stesso modo, un transfemminismo o un antirazzismo che considera lo sfruttamento animale un tema secondario – o, peggio, inesistente – resta monco, incompleto, vulnerabile. Non basta aggiungere un asterisco alle lotte, serve riconoscere che i sistemi di oppressione si alimentano a vicenda: patriarcato, suprematismo bianco, capitalismo e sfruttamento animale sono facce dello stesso dispositivo di dominio.
Chi pretende una militanza “pulita”, ordinata e settoriale storce il naso davanti a questa complessità, perché significa sporcarsi le mani, contaminare linguaggi, mescolare rivendicazioni. Significa riconoscere che non esiste una liberazione “parziale” che lasci indietro qualcuna. Ed è proprio lì che molt3 inciampano: pensano di combattere un drago, ma in realtà affrontano solo una testa dell’Idra, mentre le altre – invisibili ma affamate – azzannano alle spalle.
Il risultato? Vittorie parziali, slogan facili e rivoluzioni a metà, destinate a sgretolarsi sotto il peso di ciò che hanno ignora-to. O colleghi le lotte, intrecciando fili diversi in un’unica trama di liberazione, o finirai per tessere solo brandelli, che il potere strappa con un colpo di vento.
Guardare all’antispecismo significa anche spingersi oltre l’oggi. Un mondo che continua a divorare risorse e corpi – di tutti i viventi – non ha futuro.
Sfruttamento animale, crisi climatica e ingiustizia sociale non sono compartimenti stagni: sono facce dello stesso modello fondato sulla
crescita illimitata. Capitalismo etico?
Riciclare di più e installare pannelli solari mentre la logica del profitto resta intatta significa solo prolungare l’agonia dei viventi. Serve una rottura radicale: una società, quantomeno, ecosocialista fondata su bisogni reali, solidarietà e giustizia ecologica, che smantelli il mito suicida della crescita infinita.
Ma un ecosocialismo che voglia davvero dirsi radicale non può restare cieco davanti alla questione animale. Troppo spesso partiti e movimenti che si dichiarano dalla parte della giustizia sociale – che parlino di socialismo, comunismo o sinistra ecologista – scivolano in una rimozione comoda: vedono lo sfruttamento del lavoratore umano, o del pianeta, ma non quello dell’animale-lavoratore, anzi, lo giustificano. Eppure le mucche imprigionate nelle stalle, i cavalli sfruttati nei traspor-ti, i cani usati in guerra, le api ridotte a macchine da miele etc. non sono forse anch’essi lavoratori, costrettə a produrre valore soli ricatto e violenza? Se non allarghiamo lo sguardo, rischiamo di riprodurre lo stesso meccanismo che critichiamo: un socialismo che libera alcuni corpi e ne condanna altri al silenzio e all’invisibilità. Un ecosocialismo senza antispecismo è come un sindacato che difende solo i dirigenti: una parodia della liberazione.
La “decrescita ecosocialista” resterà una barzelletta finché si contiuneranno a massacrare 150 animali al secondo. Una società “post-capitalista” che tiene in piedi mattatoi, laboratori di sperimentazione, intrattenimento e abbigliamento di derivazione animale non ha superato un cazzo – ha solo cambiato padrone mantenendo intatta la logica dello sfruttamento. Ecco il punto che andrebbe analizzato da chi fa politica sinistra:
NON ESISTE socialismo su montagne di cadaveri.
NON ESISTE uguaglianza mentre vengono oppressi miliardi di individui di altra specie.
NON ESISTE giustizia mentre si mercifica la vita altrui. Il capitalismo non sfrutta solo i lavoratori, sfrutta ogni forma di vita.
Il superamento del capitalismo richiede una doppia liberazione: quella della società umana dal capitale e quella degli animali dalla cosificazione dei loro corpi e delle loro vite. La mercificazione inizia dai corpi animali di altra specie e finisce sui corpi umani, chi non lo capisce sta facendo il gioco del capitale, anche se si dipinge di rosso e alza il pugno al cielo.
Una critica autenticamente ecosocialista deve includere tutti i settori dove la vita viene ridotta a mero profitto. La costruzione di una nuova società dovrà essere necessariamente interspecifica o non sarà vera liberazione per tutte.
E chi alza muri su questo concetto sta proteggendo i propri privilegi di specie
esattamente come un borghese protegge i propri privilegi di classe.
