Senza antispecismo politico resti solo un consumatorə gentile (Parte#1)
Iniziamo un nuovo percorso in cui non parleremo soltanto della casarifugio ma più in generale sulle pratiche sistemiche che permettono, in primis, lo sfruttamento degli altri animali.
Per troppo tempo l’antispecismo è stato raccontato solo come una scelta morale o di consumo, ridotto a un elenco di “cose da non mangiare”. Ma l’oppressione degli individui di altra specie non è un incidente etico: è un sistema economico, culturale e politico che poggia sugli stessi meccanismi che generano guerre, razzismi, sessismo e sfruttamento dei lavoratori.
Con questo post vogliamo partire dall’ABC e fare chiarezza: l’antispecismo politico e intersezionale non è un vezzo teorico, ma uno strumento per capire come tutte le oppressioni siano intrecciate. Non ci basta la compassione individuale, non ci basta la coscienza a posto: serve organizzarsi, costruire alleanze, riconoscere i nodi comuni e attaccarli.
La divulgazione che vogliamo portare avanti non ha l’obiettivo di colpevolizzare, ma di aprire nuove prospettive, creare connessioni e rafforzare le lotte. Perché la liberazione animale e quella umana non sono due strade parallele: hanno lo stesso percorso.
Nel “movimento” vegan, e nell’attivismo mainstream c’è un una sorta di rifiuto ad approcciarsi all’antispecismo politico e intersezionale poiché si pensa che questo metta gli animali in secondo piano. Oltre ad essere una visione miope e, diciamolo anche naif, l’antispecismo moralista fa leva sul semplicismo che basti puntare sulla singola azione individuale che “Acquista il Vuna e salvi X tonni” oppure fare leva sul buon cuore delle persone le quali, dopo aver visto l’ennesimo video sulla sofferenza animale, si spera diventino vegan. L’approccio politico (non partitico, lo specifichiamo per chi sta già puntando il ditino “eh ma destra e sinistra per gli animali non cambia“) e intersezionale vede lo sfruttamento degli altri animali come parte dello stesso sistema di oppressione che schiaccia esseri umani e non umani insieme, in cui si intrecciano capitalismo, patriarcato, razzismo, colonialismo e altre
forme di dominio.
avere una visione politica e intersezionale dell’antispecismo:
non si limita alla scelta individuale di non consumare prodotti animali, ma si concentra sulle cause strutturali dello sfruttamento. Analizza come l’allevamento industriale, la pesca, la caccia e la sperimentazione animale, l’intrattenimento etc., siano parte di un meccanismo economico e culturale che produce profitto opprimendo i più vulnerabili, e che quindi va smantellato, non solo aggirato col carrello della spesa o con la compassione tout court. L‘antispecismo prende in prestito il concetto di “intersezionalità” (teorizzato da Kimberlé Crenshaw) per mostrare che le oppressioni non vivono in compartimenti stagni. La logica che giustifica la violenza sugli animali è imparentata con quella che giustifica lo sfruttamento dei corpi umani in base a genere, “razza”. classe, orientamento sessuale, disabilità. Un’azione etica e politica, quindi, deve affrontare tutte queste intersezioni, senza gerarchie tra le lotte.
Rispetto all’antispecismo moralista, questa impostazione è scomoda perché richiede di rallentare, discutere, complicarsi la vita, invece di limitarsi a slogan facili. Ma è proprio lì che diventa potente: ti impedisce di combattere solo una piccola parte del problema mentre il resto resta intatto. Per comprendere quanto sia illusoria la via della sola morale o della sola compassione, basta guardare a Gaza. Migliaia di immagini di sofferenza, morti civili, bambini sotto le macerie: nonostante l’orrore sia davanti agli occhi del mondo, il conflitto continua. La pietà individuale non basta a fermare la macchina del genocidio. Se non funziona con gli umani, come possiamo credere che la semplice compassione verso gli animali fermi un sistema socioeconomico che lucra miliardi sul loro sfruttamento?
C’è un’idea comoda che gira da anni, e pure noi lo pensavamo: “ognuna faccia la sua parte, e il mondo cambierà”. Ma il problema dello sfruttamento animale non nasce dal tuo piatto, nasce da un sistema gigantesco che produce profitto trasformando corpi – umani e non – in strumenti, prodotti, merce.
L’antispecismo politico parte da qui: non si limita a contare le tue scelte individuali, ma guarda alle strutture che reggono questo sfruttamento. Aziende miliardarie, leggi che proteggono l’industria invece degli individui, culture che ci insegnano a considerare alcuni esseri come “cose” e altri come “persone”.
Le oppressioni si somigliano e si sostengono a vicenda. La stessa logica che giustifica la violenza sugli altri animali è imparentata con quella che giustifica il sessismo, il razzismo, l’omobilesbotransfobia, lo sfruttamento dei lavoratori. Cambia il bersaglio, non il meccanismo.
Ecco perché un antispecismo che ignora le altre oppressioni non è coerente, e un transfemminismo o un antirazzismo che ignorano lo sfruttamento animale si fermano a metà strada.
Se vogliamo davvero parlare di liberazione, dobbiamo guardare all’insieme.
FINE PARTE# 1
