Le riflessioni che stai per leggere sono nate dai nostri commenti sotto il post “Non sono più vegana” dell’etologa Chiara Grasso la quale, sicuramente risentita da certe accuse arrivate dopo il suo reel sul mangiare uova da “galline felici”, ha pubblicato una critica piccata verso tutto il “movimento” vegan usando le stesse definizioni generaliste dei vari detrattori e personaggi provocatori che preferiscono mandarla in caciara piuttosto che aprire un dibattito maturo sui conflitti che la pratica antispecista apre nei confronti della società antropocentrica e capitalista. Approfittiamo, appunto, dei nostri commenti per elaborare una nostra critica soprattutto verso l’interno della “bolla” e verso chi preferisce essere “pick me vegan” pur di non mettere in posizione scomoda chi dovrebbe interrogarsi sulla propria partecipazione al sistema di sfruttamento degli altri animali. La prima parte della critica ai post di Grasso, sulle “galline felici”, la puoi leggere qui.

Parlare di “il movimento vegano” come fosse un blocco unico, intransigente e moralista è fuorviante (pur non negando che esistono persone e gruppi del genere). Tuttavia si descrive il veganismo come un blob informe quando invece è un campo attraversato da posizioni molto diverse: alcune radicali, altre concilianti, alcune liberatorie, altre perfettamente compatibili con il capitalismo e con lo sfruttamento. Mettere tutto nello stesso sacco serve più a difendersi da una critica che a descrivere la realtà. Il problema non è la volontà di sottrarsi ai dogmi, che può essere pure legittima, ma la semplificazione con cui viene raccontato il veganismo e, soprattutto, la rimozione della sua dimensione politica. Depoliticizzare il veganismo riducendolo a “mangiare vegetale” e a gentile abitudine individuale è rassicurante, ma è anche esattamente ciò che il sistema può assorbire senza trasformarsi. L’antispecismo nasce per mettere in crisi una normalità e un sistema di dominio, non per essere accogliente nei confronti del sistema oppressivo.

Dire che “forse non dovrebbe nemmeno essere una lotta” è una posizione ingenua sul piano storico. Nessuna liberazione è avvenuta senza conflitto, senza attrito, senza risultare scomoda. La “lotta dolce” può essere una delle strategie (e nemmeno adatta a tuttə), ma non l’unico criterio che decide chi agisce nel giusto modo e come deve farlo. Chi solleva la questione animale con approccio radicale non lo fa per “avere ragione” o per fare terrorismo (e, anche qui, non andrebbe generalizzato perché sicuramente c’è chi fa pure questo). Spesso ci si muove in quella direzione per rifiutare l’idea che l’unico orizzonte possibile sia rendere lo sfruttamento più educato, più simpatico, più digeribile agli occhi delle persone speciste. Fare divulgazione è fondamentale. Ma sensibilizzare non significa abbassare l’asticella politica fino a farla sparire. Empatia e conflitto non sono opposti. Senza il secondo, la prima resta solo una bella intenzione ma vuota di contenuti.

C’è poi un altro problema serio: il linguaggio che viene usato per descrivere il dissenso. Parole come“estremismo”, “polizia vegan”, “terrorismo” sono termini presi in prestito da contesti repressivi e securitari e servono a una cosa precisa: delegittimare una critica politica trasformandola in fanatismo. Quando chi solleva un conflitto viene descritto come “nazivegan”, il discorso si sposta subito dal contenuto alla caricatura. Non si risponde più all’argomento, si mette in scena una minaccia. È una dinamica classica, usata ovunque qualcuno metta in discussione una normalità comoda. Chiamarla “terrorismo” poi è una forzatura che banalizza sia la violenza reale sia il senso stesso del termine.

Questo tipo di retorica ha un effetto preciso: raffredda il pensiero critico. Trasforma il conflitto in problema di tono, l’asimmetria in questione di buone maniere, la liberazione in marketing dell’empatia. Così il veganismo diventa accettabile solo finché non disturba, non chiede rinunce simboliche, non mette in crisi relazioni consolidate con i corpi degli altri animali.Dire che l’antispecismo “spaventa Mario Rossi” è probabilmente vero. Ma l’accento andrebbe posto sul perché Mario Rossi non dovrebbe essere disturbato da un sistema fondato sullo sfruttamento quotidiano. Tutte le lotte sono state definite estremiste prima di diventare senso comune.
Usare quel lessico non protegge gli altri animali ma l’idea che il cambiamento debba essere morbido, non conflittuale, compatibile con tutto. Però una politica che rinuncia a chiamare le cose per paura di spaventare potrebbe finire per rinunciare anche a trasformarle.

Quando si accusa genericamente il veganismo di allontanare le persone, si attiva un meccanismo retorico preciso: trasformare chi denuncia un’oppressione nel vero ostacolo alla sua fine. Lo sfruttamento scompare dall’orizzonte del problema, e al suo posto compare il modo in cui qualcuno ha osato nominarlo. È uno schema che attraversa tutte le lotte: le femministe “isteriche” diventano più problematiche del sessismo stesso; chi denuncia il razzismo in modo diretto viene accusato di creare divisioni; i movimenti sociali vengono dipinti come cause del disagio che invece vorrebbero eliminare. La strategia è sempre la stessa: deviare l’attenzione dalla sostanza alla forma, dalla violenza strutturale al tono di chi la contesta.

Nel caso dell’antispecismo, questo capovolgimento assume una forma particolarmente insidiosa. Gli allevamenti, i macelli, l’industria della sofferenza animale diventano sfondo invisibile, mentre in primo piano compare la figura della persona vegan “guastafeste” che rovina le cene, che critica la società antropocentrica, che mette a disagio. Come se il vero problema fosse il disagio emotivo di chi viene interpellato, non la violenza quotidiana che rende possibile quel piatto, quell’abbigliamento, quell’intrattenimento. Questo meccanismo ha un effetto paralizzante: ogni critica può essere neutralizzata accusandola di essere controproducente. Ogni denuncia può essere respinta perché formulata nel “modo sbagliato”. E così il problema reale rimane intatto. 

Il capovolgimento della responsabilità funziona perché sposta il peso. Non più sul sistema che produce violenza ma su chi osa rompere il silenzio. E quando questo capovolgimento viene interiorizzato anche da chi si definisce vegan, diventa uno strumento di autodisciplinamento: il movimento impara a censurarsi da solo, a misurare ogni parola, a smussare ogni angolo che potrebbe graffiare la sensibilità di qualcuno. Le strutture di oppressione non crollano perché qualcuno le critica gentilmente. Crollano quando diventano insostenibili, culturalmente inaccettabili, impossibili da ignorare. E questo richiede una presenza conflittuale, una voce che disturba l’ordine esistente invece di chiedere permesso per esistere.

La figura “vegan estremista” svolge un ruolo fondamentale nell’economia culturale dello specismo. Serve come punto di riferimento negativo che permette di costruire la propria identità per contrasto. Questo personaggio spesso è una costruzione caricaturale: viene montato prendendo frasi decontestualizzate, reazioni isolate, casi estremi o addirittura inventati, per creare un archetipo del fanatismo che poi giustifica qualsiasi distanza dalla radicalità. Serve a stabilire un confine invalicabile: fin qui puoi essere antispecista, oltre inizi a essere problematicə.
La funzionalità di questa figura è duplice. Da un lato, permette al sistema di incorporare una versione addomesticata del veganismo che diventa accettabile purché rimanga una scelta individuale, purché si presenti sempre scusandosi, purché non metta davvero in discussione i rapporti di potere tra la nostra e le altre specie. Diventa un’opzione tra le altre, una preferenza personale rispettabile finché non pretende di avere ragioni politiche stringenti.
Dall’altro lato, questa figura permette di dividere il movimento dall’interno. Si crea una gerarchia di accettabilità: vegan “buonə” che sorridono, che assecondano persone amiche onnivore, che comprendono le ragioni di non poter mettere in discussione lo sfruttamento degli altri animali (anche quando si capisce che è palesemente una scusa); e le persone vegan “cattive” che chiamano le cose con il loro nome, che rifiutano di normalizzare lo sfruttamento chiamandolo scelta personale.

Questa divisione ha conseguenze concrete. Chi solleva questioni scomode viene accusatə di essere funzionale al carnismo, di sabotare la causa. E così l’autocensura diventa virtù: per paura di essere etichettate come “estremiste”, si abbassa progressivamente l’asticella di ciò che è dicibile. Il paradosso è che chi più si distanzia dal “vegan cattivə”, chi più cerca di dimostrare di essere diverso, finisce spesso per riprodurre le logiche che vorrebbe contrastare. L’ossessione di risultare moderati porta a posizioni che sfumano ogni distinzione netta, che giustificano ogni compromesso, che trasformano una lotta politica in una questione di sensibilità individuale. E intanto la figura vegan estremista continua a essere utile. Viene evocata ogni volta che qualcuno osa essere direttə, ogni volta che viene sollevata una contraddizione, ogni volta che la richiesta di coerenza disturba. Diventa lo spettro che disciplina il movimento, che tiene tutti nei ranghi della rispettabilità. Ma varrebbe la pena chiedersi: chi decide dove passa la linea tra radicalità necessaria e fanatismo controproducente?

Perché forse quella linea non è tracciata dal movimento stesso, ma da chi ha interesse a mantenerlo innocuo. E forse la vera funzione della “nazivegan” è proprio questa: spostare continuamente quella linea, definire come inaccettabile qualsiasi posizione che vada oltre il simbolico, rendere impensabile una contestazione reale delle strutture di potere.

Persiste una narrazione dominante sull’efficacia dell’attivismo antispecista: le persone cambierebbero principalmente grazie a incontri positivi, testimonianze accoglienti, esempi non giudicanti. Questa narrazione è potente perché sembra intuitiva e perché corrisponde a come vorremmo che funzionasse il cambiamento sociale: dolce, graduale, senza traumi.
Guardando la storia dei movimenti sociali, è che le trasformazioni culturali profonde raramente avvengono solo attraverso la persuasione individuale paziente. Avvengono quando un’idea diventa impossibile da ignorare, quando il disagio culturale creato da un movimento rende insostenibile la normalità precedente, quando il costo sociale di certe pratiche aumenta al punto da renderle impraticabili. L’abolizionismo non ha vinto convincendo un proprietario di schiavi alla volta con argomenti gentili. Il movimento per i diritti civili non ha aspettato che i segregazionisti cambiassero idea spontaneamente. Il femminismo non ha chiesto permesso per contestare il patriarcato. Questi movimenti hanno combinato strategie diverse, incluse forme di pressione diretta, contestazione pubblica, creazione di disagio culturale. E hanno funzionato, pur non avendo eradicato completamente le rispettive oppressioni.

Nell’antispecismo invece esiste questa strana asimmetria: l’approccio radicale viene costantemente messo sotto accusa, deve giustificarsi, deve dimostrare di non essere controproducente. L’approccio gentile invece viene dato per scontato come efficace, senza che debba dimostrare nulla. La realtà è che esistono percorsi diversi verso l’antispecismo e funzionano per persone diverse. Pretendere che esista un unico metodo efficace è una semplificazione. Ma soprattutto, scegliere a priori che quel metodo debba essere quello che disturba meno è una posizione politica, non una conclusione empirica. È dire che il comfort di chi partecipa allo sfruttamento vale più della necessità di mettere in crisi quel sistema. C’è poi un altro livello da considerare: l’obiettivo dell’antispecismo è creare singoli individui vegani o trasformare il sistema culturale e materiale? Perché questi due obiettivi richiedono strategie diverse. Massimizzare le conversioni individuali a breve termine potrebbe richiedere di abbassare l’asticella, di rendere il veganismo il più facile e compatibile possibile con tutto il resto. Ma trasformare struttura e sovrastruttura sociale richiede di spostare il senso comune, di rendere certe pratiche inaccettabili, di creare nuove normalità attraverso una coscienza di gruppo.

E qui emerge il paradosso: un attivismo che si concentra solo sul non allontanare nessuno rischia di non spostare nulla. Perché non disturbare significa non mettere davvero il punto sulla questione animale bensì offrire una versione dello antispecismo che il sistema può tranquillamente assorbire senza trasformarsi. Forse l’efficacia di un movimento non si misura in quanti individui converte nell’immediato, ma in quanto sposta l’orizzonte del pensabile. In quante pratiche rende progressivamente insostenibili. In quanto disagio culturale genera attorno a normalità violente. E questo tipo di efficacia è esattamente ciò che un approccio radicale può produrre, anche quando viene accusato di allontanare le persone.

carota travestita da poliziotta, per rimarcare l'accusa della polizia vegana moralista

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