Mangia carne per il benessere animale. Bevi latte per stare in salute. Elimina il burger veg perché è sovversivo (parola del ministero della verità)

L'Impero trema:

Dietro la crociata semantica di bandire parole come “burger di soia” o “ragù vegetale”, con la scusa che confonderebbero i consumatori, si nasconde, ma nemmeno tanto, la tutela e l’ansia di chi lucra con allevamenti e mattatoi. Tradotto: protezione dell’industria zootecnica, che sente scricchiolare il suo impero dominato da almeno un paio di secoli. Quando un settore arriva a temere una parola, vuol dire che ha paura di qualcosa di molto più concreto: un cambiamento etico e culturale che sta arrivando, lentamente ma inesorabile. Perché ammettiamolo, quando un burger di proteine di piselli minaccia un regno costruito su gabbie e mattatoi, la risposta non è innovare o riconvertire: è censurare, pena la perdita di quote di mercato.

Tralasciando un mero discorso capitalistico, il plant-based non è solo un’alternativa sullo scaffale: è la messa in discussione del dominio stesso della carne (e più in generale dello specismo), della sua centralità simbolica, economica e gastronomica. Se smettiamo di usare il muscolo morto come sinonimo di “cibo”, tutta la piramide crolla. E con essa i profitti. E allora ecco il divieto: non per tutelare chi consuma dalla frode del vegetale, bensì per proteggere i signori dei macelli e degli allevamenti.

Il paradosso è che mentre si censurano le parole “burger di ceci” o “latte d’avena”, nessun legislatore si è mai preoccupato che qualcunə, entrando in un supermercato sia uscita confusa e disperata per aver acquistato un “salame di cioccolato” invece di un insaccato suino. Nessuna persona ha mai morso una colomba pasquale chiedendosi da quale volatile fosse stata spennata. Nessuna ha mai denunciato chi produce uova di Pasqua per truffa, gridando “Ma qui dentro non c’è embrione di pulcino, solo cioccolato!”. Nessun turista ha sbraitato indispettitə dopo aver ordinato Palle di Mozart pensando di mangiare organi genitali di compositore. O che acquistando le lingue di gatto ci si aspetta che queste provengano da felini amputati di tale muscolo.

L'UE ci crede stupide

La comprensione umana regge benissimo metafora, fantasia, tradizione… però, guarda caso, crolla solo davanti ad “burger vegetale”? Perché improvvisamente dovremmo credere che “cotoletta di seitan” sia un’insidia cognitiva insormontabile? All’improvviso, per l’Unione Europea, siamo un popolo di analfabet3 incapaci di leggere un’etichetta dove c’è scritto a caratteri cubitali 100% vegetale. Secondo questa logica paternalista, milioni di persone attraversano i supermercati in stato di perenne confusione, incapaci di decifrare etichette che riportano inequivocabilmente gli ingredienti. “Polpette di ceci”? Troppo complicato. “Ragù di lenticchie”? Un enigma indecifrabile. “Formaggio vegetale”? Un tranello per consumatori zombi.

Qui non si tratta di voler difendere il linguaggio o la tradizione: è censura economica. questo assurdo emendamento protegge un sistema che trasforma esseri senzienti in unità di produzione, che macina vite di altri animali e risorse ambientali per mantenere profitti consolidati. È una legge-bavaglio che dice chiaramente: gli interessi economici di pochi valgono più della sofferenza di miliardi di animali e della salute del pianeta. È paura che nella parola burger, liberata dallo sfruttamento degli altri animali, si annidi l’eresia più grande: che si possa mangiare senza uccidere. Perché allora comincerebbero a crollare anche le giustificazioni, i racconti, i miti. E insieme a loro, gli allevamenti e i mattatoi, che già oggi sono tra le maggiori cause della crisi climatica, della deforestazione, dell’inquinamento delle acque, della perdita di biodiversità. Si protegge chi devasta il pianeta, zittendo chi sta provando a cambiare il paradigma specista.

Smettiamo di riportare

Ci preme però fare una precisazione necessaria e importante, che non è una contraddizione ma una direzione antispecista. La difesa dei nomi “burger”, “ragù”, “carbonara veg” o “polpette vegetali” riguarda la libertà di linguaggio e la presenza del plant-based nello spazio dell’immaginario collettivo. Ma c’è un punto che va detto con chiarezza: il nostro sostegno non si estende a quelle proposte vegetali che nel nome imitano il sapore o la specie dell’animale, come “affettato gusto pollo”, “tonno veg”, “costine d’agnello vegetali”, “salmone vegano”. Perché qui il problema si fa più sottile. Quando si continua a evocare l’animale come sapore, lo si ribadisce come cibo. Anche se in forma vegetale, quel richiamo tiene in vita l’idea che il corpo di un altro vivente sia un gusto legittimo, un riferimento gastronomico naturale. Queste etichette mantengono vivo il paradigma specista secondo cui polli, tonni, salmoni e agnelli esistono per essere consumati.

Comprendiamo benissimo che il marketing usi queste strategie per facilitare la transizione delle persone onnivore e per rendere familiare un prodotto nuovo a chi mangia vegetale (proponendo un “gusto” ormai  inaccessibile). Ma in una società che vuole davvero andare oltre lo specismo, bisogna smettere di riportare l’animale – anche solo nel nome – nel regno della commestibilità. L’obiettivo non è imitare la carne: è superarla, immaginare sapori nuovi.

Chiamare burger un disco di lenticchie va bene. Ma chiamarlo “gusto pollo” significa ancora considerare il pollo un sapore, e dunque un cibo. Il linguaggio crea mondo. E noi vogliamo un mondo in cui nessun animale, nemmeno in metafora, sia più pensato come boccone. C’è una differenza sostanziale tra dire “burger vegetale” (che descrive una forma, un formato culinario) e dire “filetto gusto salmone” (che trasforma un essere senziente in un attributo gustativo). Il primo desacralizza il monopolio linguistico della carne, il secondo mantiene l’animale nella categoria ontologica del “commestibile”.

Per costruire un nuovo immaginario, abbiamo bisogno che i prodotti vegetali si emancipino dall’essere imitazioni di animali morti e diventino ciò che già sono: cibo con dignità propria. Polpette di lenticchie, burger di fagioli neri, spezzatino di seitan, bastoncini croccanti di tofu: nomi che celebrano gli ingredienti vegetali senza ridurli a surrogati di corpi animali.

Un invito alla disobbedienza linguistica: noi continueremo a dire burger veg, carbonara vegetale, ragù di lenticchie; a preparare polpette di tofu, straccetti di soia. Non per una fissazione linguistica, ma per un atto politico. Perché ciò che si nomina esiste. E se esiste, diventa reale e può essere scelto. Continuate a chiamarli burger, ragù, polpette. Ostinatamente. Che a loro piaccia o no, queste parole non appartengono all’Era della carne: appartengono al futuro.

Non lasciamo che il fetore di un settore moribondo prenda il sopravvento. Ogni volta che ordiniamo un “burger vegetale”, ogni volta che condividiamo una ricetta di “fettine” di melanzane o “scaloppine” di seitan, stiamo affermando che un altro mondo è possibile – e sta già accadendo, nel piatto, nella cultura e quindi anche nel linguaggio. La potenza di un futuro senza sfruttamento di altri animali deve rafforzarsi davanti ad un divieto semantico che tenta di occultare i processi di oppressione e che, con questa ennesima mossa, rivelano la disperazione di chi intravede da lontano il crollo del proprio monopolio sullo sfruttamento legalizzato.

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