Approfittiamo di alcuni post scritti dall’etologa Chiara Grasso sul suo profilo Instagram – alla quale abbiamo anche risposto con una serie di riflessioni nei commenti dei suddetti post – per analizzare, allargando lo sguardo, sui due macro argomenti che periodicamente saltano fuori e che toccano un nervo scoperto del “movimento” vegan e antispecista: 

  • Mangiare uova provenienti da galline “salvate” che vivono con noi
  • L’eterna accusa che le persone vegan/antispeciste sono estremiste e allontanano tutti gli altri dalla causa. 

Oggi affrontiamo la questione “galline felici” partendo, appunto, dai commenti che abbiamo scritto sotto il post di Grasso. I concetti scritti partono dalle sue riflessioni ma si estendono e non fanno riferimento soltanto alla sua esperienza personale. La seconda parte della critica ai post di Grasso, sulla “polizia vegana” e l’uso del linguaggio dell’oppressore, la puoi leggere qui.

Liberare delle galline da situazioni di sfruttamento è un atto di responsabilità e di cura, e non va sminuito. Proprio per questo vale la pena fermarsi un attimo su cosa succede dopo, nel quotidiano, quando quelle galline continuano a essere associate alla produzione di uova per il nostro consumo.
Mangiare le uova, anche sporadicamente e anche fuori dal circuito industriale, mantiene in vita l’idea che il corpo della gallina produca cibo per noi. In modo sottile, ma persistente, rafforza lo sguardo che vede l’animale non umano come una risorsa, seppur “curata” e “rispettata”. Le uova non sono un regalo, non sono un surplus, ma parte del corpo e del ciclo biologico di chi le depone. Lasciarle significa fare un passo ulteriore, spostare il centro, riconoscere che la relazione non passa più da ciò che possiamo prendere, ma da chi loro sono, indipendentemente da ciò che producono.

Non si tratta di demonizzare ogni interazione che abbiamo con una specie liberata dal meccanismo di produzione capitalista, ma di interrogarsi su che tipo di relazione stiamo normalizzando. L’etologia è centrale, certo, ma in questo caso l’etologia non risponde alla domanda politica. Un animale non umano che vive con noi può stare bene, esprimere comportamenti naturali, essere in salute, e allo stesso tempo essere inserito in una relazione in cui ciò che produce viene considerato disponibile?  Dire “non c’è sofferenza né sfruttamento” non chiude il discorso, lo apre. Perché l’antispecismo non si ferma al danno immediato: interroga il messaggio socioculturale. Anche senza industria e commercio, continuare a usare ciò che il corpo di un altro animale produce rafforza l’idea che quel corpo sia parte di un sistema di utilità umana.

Tutta la discussione del post si è concentrata sul singolo gesto: l’uovo preso o non preso, la sofferenza presente o assente, l’intenzione buona o cattiva. Ma pare che non si stia guardando a cosa quel gesto sedimenta nel tempo, soprattutto per chi osserva, impara, replica. Bambinə, visitatori, vicini, persone che “vedono che si può fare”. Il messaggio che resta vorrebbe essere: “questa relazione è complessa e problematizzata”, ma poi in realtà è più un incentivo a pensare: “se l’animale sta bene, quello che produce lo possiamo usare”.  È così che le eccezioni diventano norme che delineano un futuro in cui la produzione di uova da “galline felici” continua a restare in piedi grazie ad un rapporto (di sfruttamento, in quel caso) più etico, a dimensione familiare e probabilmente pure classista (poiché non tutte le persone avranno possibilità di accedervi): “prendo le uova dalla mia amica che le tiene bene”, “ho il contadino che non le ammazza a fine carriera” e così via.
Involontariamente, in casi come questo, si manda il concetto che è plausibile continuare a mantenere in piedi uno “specismo etico”. E dunque la questione si sposta da “non sto facendo del male” a “che mondo sto rendendo più facile da immaginare?”

Il punto non è “che farne” delle uova né dimostrare che la gallina soffra o meno. È chi decide il destino di ciò che il suo corpo produce. Anche quando la decisione è razionale, sanitaria, persino premurosa, resta una decisione nostra. Questo non rende automaticamente il gesto violento, ma lo colloca comunque dentro una relazione asimmetrica. Dire che “all’animale non interessa” probabilmente è vero sul piano etologico, ma l’etica non si fonda solo sulla percezione del danno da parte di chi lo subisce ma anche su che tipo di mondo stiamo costruendo e su quali abitudini rendiamo normali.
Riconoscere che non possiamo uscire dall’antropocentrismo è onesto. Proprio per questo, l’antispecismo prova a mettergli dei limiti senza giustificarlo. La differenza tra il sistema che sfrutta e chi convive in modo rispettoso è abissale, ma non cancella la domanda politica più ampia: vogliamo relazioni basate anche sulla gestione della loro “biologia ri-produttiva”, o su una convivenza che rinuncia a quel prelievo?

Quando si parla di galline “salvate” bisognerebbe sempre chiedersi: salvate da cosa e salvate per cosa? La risposta alla prima domanda è solitamente chiara: sottratte all’allevamento, al mattatoio , alla morte prematura, alla violenza sistematica dell’industria. Ma è la seconda domanda quella che rivela alcune contraddizioni celate più in profondità. Sottrarre gli altri animali dalla loro oppressione organizzata ha una direzione, una intenzionalità, che configura un dopo. E quel dopo può essere radicalmente diverso a seconda che le galline vengano liberate per restituirle a se stesse, oppure per riconfigurarle in una nuova forma di relazione produttiva, seppur più “umana”, mantenendo però intatta la logica che vede il loro corpo come fonte di risorse. Il “salvataggio” rischia di diventare performativo: un gesto che si esaurisce nella sua spettacolarità emotiva senza interrogare davvero cosa viene dopo.

Esiste anche una dimensione più sottile, quasi psicologica: il “salvataggio” può funzionare come un credito morale che autorizza a continuare a prendere. “Le ho salvate, quindi posso”. Come se il gesto iniziale giustificasse tutto ciò che viene dopo. Ma la liberazione non dovrebbe essere un investimento che produce dividendi, dovrebbe essere incondizionata. Nessuno mette in dubbio che chi libera galline si prenda cura di loro in modo serio e responsabile. La cura non cancella l’asimmetria, anzi, rischia di renderla ancora più invisibile proprio perché avviene in un contesto di benessere e relazione positiva. C’è un paradosso in questo: si accumula capitale morale attraverso il salvataggio, si costruisce un’identità etica attorno alla cura, e poi si usa tutto questo per giustificare il mantenimento di una pratica estrattiva.

Il problema non è l’affetto genuino che si può provare verso le galline liberate bensì quando quell’affetto diventa l’alibi che rende invisibile la continuità strutturale con il sistema da cui le si è sottratte. Cambia il contesto, cambiano le condizioni materiali ma non cambia il principio: il corpo della gallina produce per noi. Questo è particolarmente evidente quando viene raccontato pubblicamente, condiviso, trasformato in esempio replicabile:“Le ho salvate e loro mi danno le uova” diventa una narrazione che mantiene in vita proprio ciò che si vorrebbe superare ossia l’idea che esista un dare e avere, una forma di reciproco scambio, un’economia della relazione basata su ciò che biologicamente l’animale può offrire.
Una liberazione genuina dovrebbe recidere questa logica anziché ridisegnarla in forma più accettabile. Dovrebbe essere il gesto che dice: “ti sottraggo a un destino di sfruttamento per restituirti a te stessa, non per renderti disponibile in altro modo.” E questo è particolarmente problematico quando a farlo sono persone che si definiscono antispeciste o vegane, perché il messaggio che passa è duplice: da un lato si delegittima l’industria, dall’altro si legittima una versione “etica” della stessa relazione produttiva. Si sposta l’orrore dall’allevamento industriale, ma si preserva il principio che quel corpo possa comunque essere parte di un’economia umana.

Le uova possono essere lasciate alle galline, possono decomporsi, nutrire il terreno, essere ignorate. Non devono “servire a qualcosa” per giustificare la loro esistenza o la nostra relazione con chi le ha deposte. Il salvataggio dovrebbe spezzare la catena dell’utilità senza rimasticarla in versione domestica. Altrimenti rischiamo di trasformare il gesto più radicale – sottrarre qualcuno a un sistema di dominio – in un semplice trasferimento di proprietà da un regime produttivo a un altro, anche se questo gioverà ad una ristretta cerchia di persone. Più morbido, più affettuoso, sicuramente più etico sul piano individuale. Ma comunque incapace di rompere davvero con la logica che ha reso possibile quello sfruttamento in primo luogo.

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