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Storie dal bosco

Polizia, Terrorismo, Estremismo: il vocabolario per silenziare il conflitto

Le riflessioni che stai per leggere sono nate dai nostri commenti sotto il post “Non sono più vegana” dell’etologa Chiara Grasso la quale, sicuramente risentita da certe accuse arrivate dopo il suo reel sul mangiare uova da “galline felici”, ha pubblicato una critica piccata verso tutto il “movimento” vegan usando le stesse definizioni generaliste dei vari detrattori e personaggi provocatori che preferiscono mandarla in caciara piuttosto che aprire un dibattito maturo sui conflitti che la pratica antispecista apre nei confronti della società antropocentrica e capitalista. Approfittiamo, appunto, dei nostri commenti per elaborare una nostra critica soprattutto verso l’interno della “bolla” e verso chi preferisce essere “pick me vegan” pur di non mettere in posizione scomoda chi dovrebbe interrogarsi sulla propria partecipazione al sistema di sfruttamento degli altri animali. La prima parte della critica ai post di Grasso, sulle “galline felici”, la puoi leggere qui.

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È nato prima l’uovo etico o la gallina felice?

Approfittiamo di alcuni post scritti dall’etologa Chiara Grasso sul suo profilo Instagram – alla quale abbiamo anche risposto con una serie di riflessioni nei commenti dei suddetti post – per analizzare, allargando lo sguardo, sui due macro argomenti che periodicamente saltano fuori e che toccano un nervo scoperto del “movimento” vegan e antispecista: 

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Mangia carne per il benessere animale. Bevi latte per stare in salute. Elimina il burger veg perché è sovversivo (parola del ministero della verità)

Mangia carne per il benessere animale. Bevi latte per stare in salute. Elimina il burger veg perché è sovversivo (parola del ministero della verità) L’Impero trema: arriva il burger di soia Dietro la crociata semantica di bandire parole come “burger di soia” o “ragù vegetale”, con la scusa che confonderebbero i consumatori, si nasconde, ma nemmeno tanto, la tutela e l’ansia di chi lucra con allevamenti e mattatoi. Tradotto: protezione dell’industria zootecnica, che sente scricchiolare il suo impero dominato da almeno un paio di secoli. Quando un settore arriva a temere una parola, vuol dire che ha paura di qualcosa di molto più concreto: un cambiamento etico e culturale che sta arrivando, lentamente ma inesorabile. Perché ammettiamolo, quando un burger di proteine di piselli minaccia un regno costruito su gabbie e mattatoi, la risposta non è innovare o riconvertire: è censurare, pena la perdita di quote di mercato. Tralasciando un mero discorso capitalistico, il plant-based non è solo un’alternativa sullo scaffale: è la messa in discussione del dominio stesso della carne (e più in generale dello specismo), della sua centralità simbolica, economica e gastronomica. Se smettiamo di usare il muscolo morto come sinonimo di “cibo”, tutta la piramide crolla. E con essa i profitti. E allora ecco il divieto: non per tutelare chi consuma dalla frode del vegetale, bensì per proteggere i signori dei macelli e degli allevamenti. Il paradosso è che mentre si censurano le parole “burger di ceci” o “latte d’avena”, nessun legislatore si è mai preoccupato che qualcunə, entrando in un supermercato sia uscita confusa e disperata per aver acquistato un “salame di cioccolato” invece di un insaccato suino. Nessuna persona ha mai morso una colomba pasquale chiedendosi da quale volatile fosse stata spennata. Nessuna ha mai denunciato chi produce uova di Pasqua per truffa, gridando “Ma qui dentro non c’è embrione di pulcino, solo cioccolato!”. Nessun turista ha sbraitato indispettitə dopo aver ordinato Palle di Mozart pensando di mangiare organi genitali di compositore. O che acquistando le lingue di gatto ci si aspetta che queste provengano da felini amputati di tale muscolo. L’UE ci crede stupide (e ci protegge) La comprensione umana regge benissimo metafora, fantasia, tradizione… però, guarda caso, crolla solo davanti ad “burger vegetale”? Perché improvvisamente dovremmo credere che “cotoletta di seitan” sia un’insidia cognitiva insormontabile? All’improvviso, per l’Unione Europea, siamo un popolo di analfabet3 incapaci di leggere un’etichetta dove c’è scritto a caratteri cubitali 100% vegetale. Secondo questa logica paternalista, milioni di persone attraversano i supermercati in stato di perenne confusione, incapaci di decifrare etichette che riportano inequivocabilmente gli ingredienti. “Polpette di ceci”? Troppo complicato. “Ragù di lenticchie”? Un enigma indecifrabile. “Formaggio vegetale”? Un tranello per consumatori zombi. Qui non si tratta di voler difendere il linguaggio o la tradizione: è censura economica. questo assurdo emendamento protegge un sistema che trasforma esseri senzienti in unità di produzione, che macina vite di altri animali e risorse ambientali per mantenere profitti consolidati. È una legge-bavaglio che dice chiaramente: gli interessi economici di pochi valgono più della sofferenza di miliardi di animali e della salute del pianeta. È paura che nella parola burger, liberata dallo sfruttamento degli altri animali, si annidi l’eresia più grande: che si possa mangiare senza uccidere. Perché allora comincerebbero a crollare anche le giustificazioni, i racconti, i miti. E insieme a loro, gli allevamenti e i mattatoi, che già oggi sono tra le maggiori cause della crisi climatica, della deforestazione, dell’inquinamento delle acque, della perdita di biodiversità. Si protegge chi devasta il pianeta, zittendo chi sta provando a cambiare il paradigma specista. Smettiamo di riportare l’animale nel piatto Ci preme però fare una precisazione necessaria e importante, che non è una contraddizione ma una direzione antispecista. La difesa dei nomi “burger”, “ragù”, “carbonara veg” o “polpette vegetali” riguarda la libertà di linguaggio e la presenza del plant-based nello spazio dell’immaginario collettivo. Ma c’è un punto che va detto con chiarezza: il nostro sostegno non si estende a quelle proposte vegetali che nel nome imitano il sapore o la specie dell’animale, come “affettato gusto pollo”, “tonno veg”, “costine d’agnello vegetali”, “salmone vegano”. Perché qui il problema si fa più sottile. Quando si continua a evocare l’animale come sapore, lo si ribadisce come cibo. Anche se in forma vegetale, quel richiamo tiene in vita l’idea che il corpo di un altro vivente sia un gusto legittimo, un riferimento gastronomico naturale. Queste etichette mantengono vivo il paradigma specista secondo cui polli, tonni, salmoni e agnelli esistono per essere consumati. Comprendiamo benissimo che il marketing usi queste strategie per facilitare la transizione delle persone onnivore e per rendere familiare un prodotto nuovo a chi mangia vegetale (proponendo un “gusto” ormai  inaccessibile). Ma in una società che vuole davvero andare oltre lo specismo, bisogna smettere di riportare l’animale – anche solo nel nome – nel regno della commestibilità. L’obiettivo non è imitare la carne: è superarla, immaginare sapori nuovi. Chiamare burger un disco di lenticchie va bene. Ma chiamarlo “gusto pollo” significa ancora considerare il pollo un sapore, e dunque un cibo. Il linguaggio crea mondo. E noi vogliamo un mondo in cui nessun animale, nemmeno in metafora, sia più pensato come boccone. C’è una differenza sostanziale tra dire “burger vegetale” (che descrive una forma, un formato culinario) e dire “filetto gusto salmone” (che trasforma un essere senziente in un attributo gustativo). Il primo desacralizza il monopolio linguistico della carne, il secondo mantiene l’animale nella categoria ontologica del “commestibile”. Per costruire un nuovo immaginario, abbiamo bisogno che i prodotti vegetali si emancipino dall’essere imitazioni di animali morti e diventino ciò che già sono: cibo con dignità propria. Polpette di lenticchie, burger di fagioli neri, spezzatino di seitan, bastoncini croccanti di tofu: nomi che celebrano gli ingredienti vegetali senza ridurli a surrogati di corpi animali. Un invito alla disobbedienza linguistica: noi continueremo a dire burger veg, carbonara vegetale, ragù di lenticchie; a preparare polpette di tofu, straccetti di soia. Non per una fissazione linguistica, ma per un atto politico. Perché ciò che si nomina esiste. E se

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T shirt Cacciatori estinti

I Cacciatori devono estinguersi C’è chi chiama la caccia “tradizione”. Chi la spaccia per “controllo faunistico”. Chi la riveste di retorica pseudo-ecologica. Ma la verità è semplice: uccidere per per profitto, sport o divertimento non è cultura, è violenza.Dietro al grilletto non c’è solo un individuo armato, ma un intero sistema che considera la natura un campo di conquista da regolare in base a criteri antropocentrici (spoiler: la natura sa come regolarsi se noi non intervenissimo), gli altri animali bersagli mobili e la morte un passatempo domenicale. Con questa campagna, realizzata assieme al collettivo antispecista A4, diciamo basta. Basta alla prepotenza di chi si arroga il diritto di decidere chi vive e chi muore. Basta a una società che normalizza la violenza sugli altri animali e la chiama “sport” o “bioregolazione”. Basta a un modello che trasforma i boschi in poligoni e la vita in trofeo. Indossare questa maglietta, e tutti gli altri prodotti della linea, è un atto di schieramento: è dire ad alta voce che il futuro non ha posto per chi uccide, qualsiasi sia la motivazione. Perché la libertà, la selvatichezza e il diritto di vivere non sono negoziabili… e noi stiamo dalla parte di chi vuole vivere. Merchandise I Cacciatori devono estinguersi Indossa e diffondi un messaggio di liberazione: scegli il prodotto della linea e sostieni la nostra lotta contro ogni forma di sfruttamento. ✊ Dona Ogni donazione sostiene la costruzione della casarifugio e la liberazione animale 🐖🌱

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T shirt Diversi Linguaggi. Stesso desiderio di vivere

Diversi Linguaggi. Stesso desiderio di vivere Ogni corpo comunica, ogni essere vivente desidera. Non serve parlare la stessa lingua per capire che tutti i viventi vogliono fare esperienze attraverso l’esplorazione e la conoscenza interspecifica. Questa campagna nasce proprio da qui: dalla convinzione che la liberazione animale non sia una questione “per pochə” ma parte di un’unica battaglia contro lo sfruttamento, l’oppressione e le gerarchie imposte da un sistema che mette il profitto al di sopra della vita. Indossare (o regalare) questa grafica significa prendere posizione, portare con sé un messaggio politico e ricordare a chi ci circonda che le differenze non sono barriere, ma voci di un coro più grande: quello della libertà. Ogni donazione sostiene la costruzione della nostra casarifugio antispecista, uno spazio che accoglierà animali liberati dallo sfruttamento e che lotta ogni giorno per un mondo senza gabbie, reali o simboliche. Merchandise 🐾 Diversi linguaggi, stesso desiderio di vivere Indossa e diffondi un messaggio di liberazione: scegli il prodotto della linea e sostieni la nostra lotta contro ogni forma di sfruttamento. ✊ Dona Ogni donazione sostiene la costruzione della casarifugio e la liberazione animale 🐖🌱

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T shirt Free Palestine

No Cages, No Walls, No Occupation: Free Palestine Questa t-shirt non è solo un capo di abbigliamento: è una dichiarazione di resistenza. Indossarla significa prendere posizione contro ogni gabbia, ogni muro, ogni forma di oppressione che colpisca gli animali, le persone o interi popoli.  Con il tuo acquisto sostieni concretamente la lotta: doneremo 2 euro che andranno a supportare Vegan in Palestine, gruppo che porta avanti ogni giorno la sua battaglia per la liberazione, umana e animale, anche in condizioni difficilissime. – Una maglietta, due messaggi forti: • gridare al mondo che nessuna gabbia e nessun muro possono essere giustificati • trasformare la solidarietà in azione concreta Scegli di indossare resistenza. Scegli di sostenere chi lotta. Vegan in Palestine non è solo un collettivo antispecista: è una forza di resistenza che intreccia la lotta per la liberazione animale con quella per la liberazione di un popolo e della sua terra. Dal distribuire pacchi alimentari vegani a famiglie sfollate, al recuperare animali feriti o abbandonati, fino a progetti educativi nelle scuole per insegnare che rispetto e cura non hanno confini di specie: ogni azione è un atto di resistenza quotidiana contro occupazione, oppressione e sfruttamento. Condividono storie, immagini e pratiche che raccontano la bellezza naturale della Palestina e la forza di chi non smette di lottare. Perché la liberazione o è totale, o non è. ✊🌱🇵🇸 scopri il progetto Poster ✊ Free Palestine Scopri la nostra linea Free Palestine e sostieni la CasaRifugio con una donazione che parla di liberazione. Vai Ogni acquisto è un gesto di resistenza, sostegno e liberazione. 🇵🇸 ✨ Crop Top – Free Palestine Indossa la resistenza: il Crop Top Free Palestine unisce stile e lotta. Ogni donazione sostiene la CasaRifugio Animò e il gruppo Vegan in Palestine. Vai Nessun muro, nessuna gabbia, nessuna occupazione. 🇵🇸 Non hai Paypal? Mandaci una mail –  animocasarifugio@gmail.com – per capire in quale altro modo poter pagare. La spedizione con piego di libri e inclusa nel prezzo.

Poster

Poster “Liberazione” in regalo

Poster in regalo Abbiamo realizzato un poster digitale con l’illustrazione di un piccolo cinghialino e la scritta “La Liberazione ti vuole complice”. Un’immagine da appendere ovunque, per ricordare che la lotta non ha confini e che ogni gesto di sostegno fa parte del cambiamento. 👉 Riceverlo è semplice:– Fai una donazione, senza minimo di importo, su PayPal o GoFundMe.– Invia una mail a animocasarifugio@gmail.com con oggetto: donazione poster liberazione.Ti risponderemo con il file digitale pronto da scaricare e stampare. Non è solo un poster: è un modo per gridare insieme che la liberazione è collettiva.  ATTENZIONE: Ricordati di  spuntare “Amici e Familiari” nell’opzione di pagamento Paypal. Questo ci consentirà di ricevere l’intero importo. Nelle note scrivi “donazione poster” e il tuo indirizzo per la spedizione Poster Regalati il poster Apri PayPal Come funziona: 📱 Su mobile: Apre direttamente l’app PayPal (se installata) 💻 Su desktop: Apre PayPal nel browser 💡 Ricorda: Seleziona “Invio a amici e parenti” per evitare commissioni Grazie per aver donato alla casarifugio 🌿 Sostienici su GoFundMe Ogni contributo ci avvicina alla costruzione delle recinzioni e all’accoglienza dei primi animali liberati. Dona su GoFundMe 💡 Puoi scegliere liberamente l’importo da donare. Grazie per essere parte della costruzione della casarifugio 🌿 Non hai Paypal? Mandaci una mail –  animocasarifugio@gmail.com – per capire in quale altro modo poter pagare. La spedizione con piego di libri e inclusa nel prezzo.

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SENZA ANTISPECISMO POLITICO RESTI SOLO UN CONSUMATORE GENTILE (PARTE#2)

Senza antispecismo politico resti solo un consumatorə gentile (Parte#2) Il potere non si combatte a compartimenti stagni Un antispecismo che ignorasessismo, razzismo o classismo è un antispecismo contraddittorio, incapace di guardarsi allo specchio.Allo stesso modo, un transfemminismo o un antirazzismo che considera lo sfruttamento animale un tema secondario – o, peggio, inesistente – resta monco, incompleto, vulnerabile. Non basta aggiungere un asterisco alle lotte, serve riconoscere che i sistemi di oppressione si alimentano a vicenda: patriarcato, suprematismo bianco, capitalismo e sfruttamento animale sono facce dello stesso dispositivo di dominio. Chi pretende una militanza “pulita”, ordinata e settoriale storce il naso davanti a questa complessità, perché significa sporcarsi le mani, contaminare linguaggi, mescolare rivendicazioni. Significa riconoscere che non esiste una liberazione “parziale” che lasci indietro qualcuna. Ed è proprio lì che molt3 inciampano: pensano di combattere un drago, ma in realtà affrontano solo una testa dell’Idra, mentre le altre – invisibili ma affamate – azzannano alle spalle. Il risultato? Vittorie parziali, slogan facili e rivoluzioni a metà, destinate a sgretolarsi sotto il peso di ciò che hanno ignora-to. O colleghi le lotte, intrecciando fili diversi in un’unica trama di liberazione, o finirai per tessere solo brandelli, che il potere strappa con un colpo di vento. Non basta il capitalismo etico serve una rottura radicale Guardare all’antispecismo significa anche spingersi oltre l’oggi. Un mondo che continua a divorare risorse e corpi – di tutti i viventi – non ha futuro.Sfruttamento animale, crisi climatica e ingiustizia sociale non sono compartimenti stagni: sono facce dello stesso modello fondato sullacrescita illimitata. Capitalismo etico?Riciclare di più e installare pannelli solari mentre la logica del profitto resta intatta significa solo prolungare l’agonia dei viventi. Serve una rottura radicale: una società, quantomeno, ecosocialista fondata su bisogni reali, solidarietà e giustizia ecologica, che smantelli il mito suicida della crescita infinita. Ma un ecosocialismo che voglia davvero dirsi radicale non può restare cieco davanti alla questione animale. Troppo spesso partiti e movimenti che si dichiarano dalla parte della giustizia sociale – che parlino di socialismo, comunismo o sinistra ecologista – scivolano in una rimozione comoda: vedono lo sfruttamento del lavoratore umano, o del pianeta, ma non quello dell’animale-lavoratore, anzi, lo giustificano. Eppure le mucche imprigionate nelle stalle, i cavalli sfruttati nei traspor-ti, i cani usati in guerra, le api ridotte a macchine da miele etc. non sono forse anch’essi lavoratori, costrettə a produrre valore soli ricatto e violenza? Se non allarghiamo lo sguardo, rischiamo di riprodurre lo stesso meccanismo che critichiamo: un socialismo che libera alcuni corpi e ne condanna altri al silenzio e all’invisibilità. Un ecosocialismo senza antispecismo è come un sindacato che difende solo i dirigenti: una parodia della liberazione. Quella sinistra che libera solo gli umani La “decrescita ecosocialista” resterà una barzelletta finché si contiuneranno a massacrare 150 animali al secondo. Una società “post-capitalista” che tiene in piedi mattatoi, laboratori di sperimentazione, intrattenimento e abbigliamento di derivazione animale non ha superato un cazzo – ha solo cambiato padrone mantenendo intatta la logica dello sfruttamento. Ecco il punto che andrebbe analizzato da chi fa politica sinistra:NON ESISTE socialismo su montagne di cadaveri.NON ESISTE uguaglianza mentre vengono oppressi miliardi di individui di altra specie.NON ESISTE giustizia mentre si mercifica la vita altrui. Il capitalismo non sfrutta solo i lavoratori, sfrutta ogni forma di vita. Rivoluzionari finché non tocchi la bistecca! Il superamento del capitalismo richiede una doppia liberazione: quella della società umana dal capitale e quella degli animali dalla cosificazione dei loro corpi e delle loro vite. La mercificazione inizia dai corpi animali di altra specie e finisce sui corpi umani, chi non lo capisce sta facendo il gioco del capitale, anche se si dipinge di rosso e alza il pugno al cielo.Una critica autenticamente ecosocialista deve includere tutti i settori dove la vita viene ridotta a mero profitto. La costruzione di una nuova società dovrà essere necessariamente interspecifica o non sarà vera liberazione per tutte.E chi alza muri su questo concetto sta proteggendo i propri privilegi di specieesattamente come un borghese protegge i propri privilegi di classe.

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SENZA ANTISPECISMO POLITICO RESTI SOLO UN CONSUMATORE GENTILE (PARTE#1)

Senza antispecismo politico resti solo un consumatorə gentile (Parte#1) Iniziamo un nuovo percorso in cui non parleremo soltanto della casarifugio ma più in generale sulle pratiche sistemiche che permettono, in primis, lo sfruttamento degli altri animali. Per troppo tempo l’antispecismo è stato raccontato solo come una scelta morale o di consumo, ridotto a un elenco di “cose da non mangiare”. Ma l’oppressione degli individui di altra specie non è un incidente etico: è un sistema economico, culturale e politico che poggia sugli stessi meccanismi che generano guerre, razzismi, sessismo e sfruttamento dei lavoratori.Con questo post vogliamo partire dall’ABC e fare chiarezza: l’antispecismo politico e intersezionale non è un vezzo teorico, ma uno strumento per capire come tutte le oppressioni siano intrecciate. Non ci basta la compassione individuale, non ci basta la coscienza a posto: serve organizzarsi, costruire alleanze, riconoscere i nodi comuni e attaccarli. La divulgazione che vogliamo portare avanti non ha l’obiettivo di colpevolizzare, ma di aprire nuove prospettive, creare connessioni e rafforzare le lotte. Perché la liberazione animale e quella umana non sono due strade parallele: hanno lo stesso percorso.   Houston, abbiamo un problema! Nel “movimento” vegan, e nell’attivismo mainstream c’è un una sorta di rifiuto ad approcciarsi all’antispecismo politico e intersezionale poiché si pensa che questo metta gli animali in secondo piano. Oltre ad essere una visione miope e, diciamolo anche naif, l’antispecismo moralista fa leva sul semplicismo che basti puntare sulla singola azione individuale che “Acquista il Vuna e salvi X tonni” oppure fare leva sul buon cuore delle persone le quali, dopo aver visto l’ennesimo video sulla sofferenza animale, si spera diventino vegan. L’approccio politico (non partitico, lo specifichiamo per chi sta già puntando il ditino “eh ma destra e sinistra per gli animali non cambia“) e intersezionale vede lo sfruttamento degli altri animali come parte dello stesso sistema di oppressione che schiaccia esseri umani e non umani insieme, in cui si intrecciano capitalismo, patriarcato, razzismo, colonialismo e altreforme di dominio. Perché Politico?, Intersenzionale? avere una visione politica e intersezionale dell’antispecismo:non si limita alla scelta individuale di non consumare prodotti animali, ma si concentra sulle cause strutturali dello sfruttamento. Analizza come l’allevamento industriale, la pesca, la caccia e la sperimentazione animale, l’intrattenimento etc., siano parte di un meccanismo economico e culturale che produce profitto opprimendo i più vulnerabili, e che quindi va smantellato, non solo aggirato col carrello della spesa o con la compassione tout court. L’antispecismo prende in prestito il concetto di “intersezionalità” (teorizzato da Kimberlé Crenshaw) per mostrare che le oppressioni non vivono in compartimenti stagni. La logica che giustifica la violenza sugli animali è imparentata con quella che giustifica lo sfruttamento dei corpi umani in base a genere, “razza”. classe, orientamento sessuale, disabilità. Un’azione etica e politica, quindi, deve affrontare tutte queste intersezioni, senza gerarchie tra le lotte. Impegnarsi costa fatica. Rispetto all’antispecismo moralista, questa impostazione è scomoda perché richiede di rallentare, discutere, complicarsi la vita, invece di limitarsi a slogan facili. Ma è proprio lì che diventa potente: ti impedisce di combattere solo una piccola parte del problema mentre il resto resta intatto. Per comprendere quanto sia illusoria la via della sola morale o della sola compassione, basta guardare a Gaza. Migliaia di immagini di sofferenza, morti civili, bambini sotto le macerie: nonostante l’orrore sia davanti agli occhi del mondo, il conflitto continua. La pietà individuale non basta a fermare la macchina del genocidio. Se non funziona con gli umani, come possiamo credere che la semplice compassione verso gli animali fermi un sistema socioeconomico che lucra miliardi sul loro sfruttamento? Non basta dire “Io non mangio animali” C’è un’idea comoda che gira da anni, e pure noi lo pensavamo: “ognuna faccia la sua parte, e il mondo cambierà”. Ma il problema dello sfruttamento animale non nasce dal tuo piatto, nasce da un sistema gigantesco che produce profitto trasformando corpi – umani e non – in strumenti, prodotti, merce.L’antispecismo politico parte da qui: non si limita a contare le tue scelte individuali, ma guarda alle strutture che reggono questo sfruttamento. Aziende miliardarie, leggi che proteggono l’industria invece degli individui, culture che ci insegnano a considerare alcuni esseri come “cose” e altri come “persone”. L’Intersezionalità ci ricorda una verità scomoda Le oppressioni si somigliano e si sostengono a vicenda. La stessa logica che giustifica la violenza sugli altri animali è imparentata con quella che giustifica il sessismo, il razzismo, l’omobilesbotransfobia, lo sfruttamento dei lavoratori. Cambia il bersaglio, non il meccanismo.Ecco perché un antispecismo che ignora le altre oppressioni non è coerente, e un transfemminismo o un antirazzismo che ignorano lo sfruttamento animale si fermano a metà strada.Se vogliamo davvero parlare di liberazione, dobbiamo guardare all’insieme. FINE PARTE# 1

Shopper

Shopper – Sta Rottura De Cojoni di Specist3

Shopper STA ROTTURA DE COJONI DI SPECIST3 Quante volte ti sei sentitə dire le solite frasi fatte?“È la tradizione”; “Le piante soffrono”; “Hitler era vegetariano.” Un greatest hits della vegefobia che non muore mai. Per questo abbiamo messo tutto in una shopper: una dichiarazione di guerra al disco rotto degli specisti. Portarla significa due cose:• Sostenere la Casarifugio• Dire quello che pensi senza aprire bocca, con sarcasmo e senza sconti.  La shopper che non solo porta il peso delle tue cose, ma anche quello delle scuse patetiche che non sopporti più. INFO PRODOTTO: La Shopper in Cotone Nevada non è una borsa qualsiasi: è un manifesto antispecista con manici colorati. Capienza da 7 litri, resistente fino a 5 kg, misura 38×42 cm ed è realizzata in cotone naturale 100 g/m², certificato OEKO-Tex. Leggera, pratica e sostenibile: perfetta per la spesa, per portare libri o per infilare dentro tutta la tua pazienza quando ti senti dire “è la tradizione” o “le piante soffrono”. Con i suoi manici lunghi 30 cm e i colori vivaci, ti accompagna ovunque: eventi, festival, giornate di attivismo o semplicemente la vita quotidiana.  Donazione: 10€ + 2€ spese di spedizione    Shopper ATTENZIONE: Ricordati di  spuntare “Amici e Familiari” nell’opzione di pagamento Paypal. Questo ci consentirà di ricevere l’intero importo. Nelle note scrivi “acquisto shopper” e il tuo indirizzo per la spedizione Acquista Shopper Suggerimento: Seleziona “Invio a amici e parenti” per evitare commissioni Apri PayPal Come funziona: 📱 Su mobile: Apre direttamente l’app PayPal (se installata) 💻 Su desktop: Apre PayPal nel browser 💡 Ricorda: Seleziona “Invio a amici e parenti” per evitare commissioni Grazie per aver scelto la Shopper di Animò! 🌿 Non hai Paypal? Mandaci una mail –  animocasarifugio@gmail.com – per capire in quale altro modo poter pagare. La spedizione con piego di libri e inclusa nel prezzo.

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